Per più anni si è coltivata l’illusione che il bipolarismo fosse tecnicismo efficace per la risoluzione degli italici problemi della politica. Adesso ci troviamo con una destra dove c’è chi la farà da padrone e con una sinistra senza padrone. Da un lato la Lega detterà legge, dall’altra parte non si ravvisa chi una legge possa dettare. Esagerato? Pessimista? È possibile. Ma al lume dei recenti risultati elettorali credo sia comprensibile, e umano, essere un esagerato pessimista.
La destra sarà sempre più oggetto di ricatto dei leghisti che, per dar credito al buongiorno che si vede dal mattino, hanno subito espresso un buon cumulo di fesserie sulla legge che regola la “pillola del giorno dopo”. Nella nostra regione ha detto Zaia, neogovernatore del Veneto, quella pillola resterà nei magazzini. In perfetta sincronia gli ha fatto eco il neogovernatore del Piemonte: qui alla pillola non si farà mai ricorso.
Qualcuno poi, nella stessa destra, ha fatto notare ai due chiacchieroni che la legge che regola l’interruzione di gravidanza è legge dello Stato non delegata per la sua applicazione ai governi regionali. In modo analogo, ma un po’ più pittoresco, si è espressa la sinistra suggerendo ai neoeletti un po’ di calma e ricordando a entrambi di non essere stati incoronati imperatori delle rispettive regioni.
Ma queste sono bazzecole probabilmente stimolate dall’euforia di un risultato che, almeno in Piemonte, era insperato. Il problema serio è d’altra natura e risiede in quella alternanza che proprio il bipolarismo doveva propiziare. La traduzione in pratica dell’oggi a me e domani a te appare se non svanita senz’altro lontana. La democrazia dell’alternanza potrebbe infatti manifestarsi in concreto o per debolezza della destra o per crescita della sinistra. Ma il responso delle urne indica che è improbabile sia l’uno che l’altro evento.
Nella destra si è senz’altro indebolito il Pdl di Berlusconi & C., ma grazie all’innegabile successo leghista continuerà a governare. Il come governerà è un altro problema. Probabilmente male perché sotto scacco della Lega che detterà subito le condizioni e il tracciato di una politica che più che nazionale sarà in prevalenza della padania e del nord d’Italia. Con buona pace di chi ravvisa nelle precarie condizioni del sud il vero problema che si frappone alla crescita dell’intero paese.
La sinistra, rivelando un encefalogramma piatto, si pone all’attenzione del clinico più che dell’eventuale elettore. Nel Pd non si coglie infatti alcun segno che faccia intravedere l’emersione dallo stato di indecisione e di torpore nel quale permane ormai da troppo tempo. Ed è questa la vera disgrazia della politica nazionale. Perché il paese dove sia assente una seria opposizione, e per seria intendo un’opposizione che mostri di avere i numeri per scalzare la maggioranza al suo primo scricchiolio, rischia di precipitare nell’antidemocrazia o nella monocrazia della maggioranza.
Il motivo di questo stato di cose nell’attuale opposizione risiede nella conduzione politica del Partito democratico, ma ancor più nella mentalità che, nonostante i deludenti risultati ai quali non hanno fatto argine i continui ricambi alla segreteria, espone ancora strategie e schemi obsoleti, quelli della vecchia partitocrazia, dove gelosie, voglia di potere e personalismi non si stemperano nell’acquisizione di valide opportunità comuni, dove più che alla bottega si pensa al bottegaio e ai suoi commessi più fedeli, dove la preoccupazione più ansiogena è che qualcuno ti sfili la sedia da sotto il sedere, dove non c’è spazio per gli outsider benché di valore. È il caso, tanto per fare un esempio, di Debora Serracchiani che, oggi più di ieri, ad onta degli incarichi ai quali è stata eletta, vive un isolamento dettato dalla paura dell’ombra che la sua immagine potrebbe stendere su molti dei suoi colleghi. Che al posto di porla in evidenza, con le sue doti e anche con alcune sue accattivanti ingenuità, piuttosto che dar seguito ai suoi fattivi suggerimenti, appunto per paura di quell’ombra, preferiscono estraniarla.
Ed è questa la vecchia logica, dura a morire, dei partiti di quella che, quasi a voler esorcizzare le contiguità con la seconda, chiamiamo prima repubblica. Ahinoi!